lunedì 13 luglio 2026

Recensione de "Il solito desiderio di uccidere" di Camilla Barnes, Einaudi editore.

 Recensione de "Il solito desiderio di uccidere" di Camilla Barnes, Einaudi editore.

“Due genitori ottantenni che tengono in giardino una coppia di lama, spesso impegnata a procreare altri lama. Il padre filosofo che ama discutere di atarassia durante la cena, mentre la madre serve costolette di vitello congelate quarant’anni prima. Entrambi inglesissimi, sebbene trapiantati in Francia, impegnati in un duello verbale che prosegue da mezzo secolo. Non privi di segreti indicibili che le figlie cercano di far venire a galla. Segni particolari: suscitano in chiunque li frequenti uno strisciante, formidabile desiderio di uccidere. I genitori di Miranda sono inglesi ma vivono nella Francia rurale, in un “manoir” fatiscente dove nidificano i pipistrelli e proliferano le piante rampicanti. Lui professore di filosofia in pensione, lei detentrice delle redini famigliari, hanno lasciato Oxford da quasi trent’anni per dedicarsi a una vita di schermaglie dialettiche, esasperata parsimonia e compulsivo accumulo di cibi nel congelatore, in compagnia di gatti, anatre, galline e due lama. Anche Miranda, attrice teatrale, vive in Francia, e quando va a trovare i genitori affronta con stoicismo gli inevitabili supplizi, dalla temperatura artica della casa alle costolette di vitello conservate dal 1983 e servite con nonchalance, dalle partite a tennis con regole stravaganti alle dispute domestiche a base di Epitteto – tutte cose di cui si lamenta via mail con la sorella Charlotte, rimasta in Inghilterra, raccontandole che l’esito delle visite è sempre lo stesso: il solito desiderio di uccidere…”

Speravo in qualcosa di meglio. Mi sono fatta coinvolgere dalla quarta di copertina che ha poco a che vedere con il romanzo. Perché alla fine tutto quel “solito desiderio di uccidere” non c’è.
Con un tono ironico la Barnes racconta di una famiglia tenuta insieme da un tessuto fragile fatto di parole non dette o dette in modo non troppo opportuno, di gesti incompiuti, di mancanze, di verità taciute ma anche rivelate. Un tessuto inzuppato di rimorsi e rimpianti. Personaggi crudi, dialoghi taglienti. Eppure a me è mancato qualcosa, ovvero l’equilibrio tra il raccontare e il mostrare. Sicuramente un romanzo ben scritto, pagine cariche di ritmo e molta originalità che, però, risultano incomplete. O forse sono io che non so cogliere l0 humour inglese.



sabato 20 giugno 2026

Recensione di "Quel che affidiamo al vento" di Laura Imai Messina, edito Edizioni Piemme

Recensione di "Quel che affidiamo al vento" di Laura Imai Messina, edito Edizioni Piemme


"Sul fianco scosceso di Kujira-yama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia, in mezzo a cui è installata una cabina, con un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, che alzano la cornetta per parlare con chi è nell'aldilà. Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua vita. Si chiama Yui, ha trent'anni e una data separa quella che era da quella che è: 11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami le sottrasse la gioia di essere al mondo. Ma quando a Bell Gardia Yui incontra Takeshi, la sua vita prende un corso inaspettato. Per rimarginare le ferite di un'esistenza servono coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto di sé. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene."

Un romanzo che tratta, con parole semplici e delicate, il dolore conseguente a una perdita. Pagine che scavano nell’intimo, nella tristezza, portando a galla la speranza: la speranza di poter essere ancora felici, anche per brevi attimi. Una storia che racconta la salvezza portata dalla memoria, dai ricordi di un passato che non tornerà mai più, ma che può donare forza e alleggerire il presente.
La morte spaventa, fa tremare le corde che tengono stretto il nostro cuore, ma esiste così come esiste la vita.
“Quel che affidiamo al vento” porta il lettore a riflettere su quello che è davvero importante nella nostra vita. L’autrice, attraverso una narrazione efficace e non prolissa, ci prende per mano conducendoci in luogo magico che si trova in Giappone, un giardino con una cabina telefonica dove si può credere di parlare con i defunti, affidando al vento le parole. Un libro che lancia un messaggio forte e chiaro: niente è scontato, niente è certo quando siamo in vita. Solo la morte lo è, ma se abbiamo fiducia nel vento, allora possiamo cambiare le regole.
“Era un atto di pura fiducia alzare la cornetta, far sciacquare le dita nei dieci piccoli fori, e nonostante il silenzio che si divaricava, parlare. Ecco, la chiave era proprio la fiducia”.


sabato 13 giugno 2026

Recensione de "Il giglio d'acqua" di Ivana Librici, edizioni Solferino.

 Recensione de "Il giglio d'acqua" di Ivana Librici, edizioni Solferino.

"Ada e Nancy sono amiche fin da quando Nancy è arrivata a casa di Ada come empleada per i mestieri domestici, per poi diventare quasi una sorella. Dalle loro avventure a piedi nudi tra le rosse strade sterrate di San Ignacio de Velasco, in Bolivia, sono trascorsi decenni; oggi, a tenere teso il filo che lega Nancy e Ada è Paula, in qualche modo figlia di entrambe e ora in procinto di diventare madre in Italia. Si rinnova così il pacto de sangre stretto da bambine dall’altra parte del mondo, e il passato torna, insinuandosi nel presente. Mentre la gravidanza dell’ancora liceale Paula prosegue tra dubbi e speranze, Ada fa i conti con sogni tormentosi, con il ricordo dell’infanzia assieme a Nancy e della notte in cui l’ha vista per l’ultima volta. Forse è arrivato il momento di chiedersi cosa sia successo, davvero, quella notte: e la donna si imbarca in un percorso di scoperta che la condurrà di nuovo in Bolivia sulle tracce di un progetto dai contorni inquietanti. Un prete ormai anziano ma da sempre chiacchierato, fuggito da una precedente vita nell’Europa nazista, potrebbe infatti avere la chiave per risolvere il mistero della scomparsa di Nancy. Con una scrittura limpida e un’ammaliante ricchezza di immagini, Ivana Librici ci porta in una Bolivia complessa e autentica, raccontata e percepita con tutti i sensi, tra gli odori della vegetazione, i sapori dei pasti condivisi, i colori degli abiti, delle strade e delle missioni. Indagando l’alleanza tra donne e la forza dei legami al di là di qualsiasi definizione, va al cuore del miracolo dell’amicizia, capace di resistere al tempo e di toccare molte vite."

Una scrittura pulita, una penna molto abile, un bellissimo romanzo di vita, d’amore e di spalancato dolore. L’autrice sicuramente conosce i luoghi che descrive, perché lo fa con maestria senza appesantire la narrazione. Il romanzo, in parte, è ambientato in Bolivia alla fine degli anni settanta, fino ad arrivare ai giorni nostri. Passato e presente, con l’aiuto di molti flashback, si intrecciano per raccontare la storia di due donne meravigliose.
La Librici riporta a galla uno spaccato storico: quello dei padri gesuiti arrivati in Bolivia nel ‘700 e quello dei nazisti che in quella terra, verso la seconda guerra mondiale, trovarono rifugio. I personaggi sono ben delineati, mostrati in tutte le loro sfumature. Allo stesso modo viene ben rappresentato il contesto sociale in cui vivono. Un romanzo sorprendente, che riesce a dare vita alle più svariate emozioni; un romanzo che grida amore, giustizia e verità.


venerdì 29 maggio 2026

Recensione di "E ti chiameranno strega" di Katia Tenti Neri Pozza

 Recensione di "E ti chiameranno strega" di Katia Tenti Neri Pozza

"A guardarlo da lontano, il castello di Fiè allo Sciliar sembra un luogo da fiaba. Nessuno penserebbe che tra quelle mura imponenti sia stato perpetrato un crimine orrendo, si sia svolto uno dei processi più drammatici del Cinquecento e trenta donne innocenti abbiano perso la vita sul rogo.
E invece le streghe dello Sciliar sono state incarcerate nelle minuscole celle dei sotterranei del castello, sono state chiamate amanti del demonio, torturate, sono state loro estorte confessioni false, volte solo a far terminare il supplizio. E non sono state piante da nessuno, perché provare compassione per quelle donne dannate avrebbe significato autoaccusarsi. Barbara Vellerin è una di loro. Cresciuta dalla madre ai margini del villaggio per stare a contatto con la natura, i suoi primi anni di vita sono stati un incanto, tra lo studio delle piante e la cura dei bisognosi. Poi tutto è cambiato, il sospetto si è fatto strada negli occhi di coloro che prima richiedevano i suoi medicamenti e le idee di un manipolo di religiosi, per i quali ogni donna è una potenziale strega, si sono diffuse nella valle come una peste. Cinquecento anni dopo, Arianna Miele vince un concorso come curatrice di una mostra sulle streghe dello Sciliar. È la sua occasione per iniziare finalmente la carriera da antropologa che desidera, per rendersi indipendente da una famiglia che da sempre cerca di soffocarla e per dimostrare, soprattutto a sé stessa, il proprio valore. Non può sapere che, riportando alla luce le vite di un gruppo di donne che per lei all’inizio non sono altro che una lista di nomi, scoprirà una verità scomoda sull’eroe di quelle parti, il capitano del Tirolo Franziskus von Stauber, e riuscirà a dar voce, lei che una voce non l’ha avuta mai, a una donna innocente, messa a tacere dall’ipocrisia e dalla crudeltà."

Non conoscevo la scrittura di Katia Tenti, non conoscevo lei.
"E ti chiameranno strega" è un romanzo sorprendente, coinvolgente e molto originale. Ispirandosi a una storia realmente accaduta, quella dei processi alle streghe tenutisi a Fié allo Scilar, l’autrice intreccia il passato (attraverso la voce di Barbara) e il presente (attraverso la voce di Arianna). La Tenti realizza una vera propria opera di rielaborazione che unisce un’epoca distante con quella attuale.
A quel violento processo di Fié allo Scilar l’autrice conferisce un senso di attualità, dimostrando che la storia si ripete, che purtroppo può sempre ripetersi. La caccia alle streghe fu un vero e proprio fenomeno di controllo nato con l’intento di sfavorire e punire le donne, che risultavano essere a quell’epoca (parliamo del 1480-1500) una categoria emarginata.
La Tenti mostra uno scenario complesso, aiutandoci a ricordare quell’epoca segnata da persecuzioni e ghettizzazioni, dove la paura del diverso e dello sconosciuto sommata ad alterigia e prepotenza del potere patriarcale provocavano violenze e abusi. Un tuffo nel passato che ci riporta purtroppo al presente dove la violenza e i soprusi verso i diversi e i più deboli sono ancora vivi. Un romanzo che porta a galla una verità ingombrante, quella del pregiudizio e del giudizio "facile". Con una scrittura intrigante e semplice, attraverso la quale vengono ben delineati i personaggi, la Tenti ci regala pagine cariche di emozioni e di svariati sentimenti.



domenica 26 aprile 2026

Recensione di "Come l'arancio amaro" di Milena Palminteri, edito Bompiani

Recensione di "Come l'arancio amaro" di Milena Palminteri, edito Bompiani.


"Agrigento, 1960. Carlotta ha trentasei anni ed è convinta che nessuna persona amata possa rimanerle vicino: suo padre è morto la notte in cui lei nasceva, la sua adorata bambinaia se n'è andata quando lei era piccola e sua madre è sempre stata simile a un'algida istitutrice. Cresciuta durante il Ventennio e la guerra in una Sicilia dove da sempre tutto cambia per rimanere immutato, Carlotta ha imparato che il solo modo per non soffrire è annoiarsi con pazienza. Così, dopo gli studi di legge, anziché lottare per diventare avvocato si è rinchiusa a lavorare all'Archivio notarile. Ma il destino ci insegue anche se noi ci nascondiamo: è proprio uno dei polverosi documenti dell'Archivio a rivelarle la terribile accusa rivolta da sua nonna paterna a sua madre, di non averla partorita ma comprata. Carlotta comincia un'indagine che la porterà a scoprire le radici della rabbia e della sete che per tanti anni ha cercato di mettere a tacere. Sarraca (Agrigento), 1924. È inutile essere giovane e piena di progetti, se sei nata nel tempo sbagliato. Mentre da Roma scende l'onda nera del fascismo, la diafana Nardina sposa il nobile Carlo Cangialosi ma non riesce a rimanere incinta, e questa colpa si allunga su di lei come un'ombra. E la bellissima e selvatica Sabedda, umile serva, si trova in grembo un figlio che non potrà sfamare. I percorsi di queste due ragazze si intrecceranno grazie al piano scellerato ordito da Bastiana, madre di Nardina, e dal campiere don Calogero, in odore di mafia. Milena Palminteri esordisce con un romanzo generoso, sostenuto da una lingua ricca di sfumature, popolato di personaggi memorabili per la dolente fierezza con cui abbracciano i propri destini."

Profumo di mare, salsedine, agrumi…
Un romanzo carico di dettagli e personaggi, forse troppi. Una scrittura che a tratti risulta pesante ma a parte questo la storia è accattivante e coinvolgente. E poi c’è la Sicilia con la sua nota dolente che è la mafia. "Come l'arancio amaro" è, fondamentalmente, un romanzo che ci accompagna in una Sicilia calda, arida facendoci amare e non amare i suoi abitanti. Sarraca (paese inventato) e Agrigento sono luoghi dove passioni, intrecci, segreti la fanno da padroni. Il lettore si troverà davanti a una grande storia lunga quarant’anni. Traghettatore è zu' Pippino, un avvocato ormai novantenne, che conosce bene l'epoca del fascismo e i danni che quest’ultimo ha generato.
Non manca il dialetto che rende più vera questa storia. I personaggi non sono sempre ben caratterizzati ma ottimi sono i dialoghi.
"Io dell'arancio amaro conosco solo le spine e ormai non mi fanno più male. Ma il profumo del suo fiore bianco è il tuo, ed è quello della libertà"
Un libro che celebra la libertà, l’amore e la vita.



domenica 12 aprile 2026

Recensione di "Qui siamo tutti colpevoli" di Karin Slaughter, edizioni HarperCollins Italia Editore.

Recensione di "Qui siamo tutti colpevoli" di Karin Slaughter, edizioni HarperCollins Italia Editore.

"BENVENUTI A NORTH FALLS. UNA CITTADINA DOVE TUTTI SI CONOSCONO, MA NESSUNO CONOSCE LA VERITÀ.
Emmy Clifford ci abita da tutta la vita, ed è convinta di conoscere i suoi concittadini. Si sbaglia. Mentre i fuochi d’artificio illuminano la serata del Quattro luglio, per Emmy non è
che una qualunque calda notte del sud, una notte di festeggiamenti come tante altre. Si sbaglia ancora.
Quando la figlia della sua migliore amica le ha chiesto aiuto, ha ritenuto che fossero semplici capricci da adolescente che potevano aspettare. Non si è mai sbagliata così tanto in vita sua. Davanti alla città che si infiamma per la sparizione di due ragazze, Emmy si butta a capofitto nella ricerca, tuttavia ben presto realizza che non si può conoscere davvero una
città se non se ne conoscono i segreti. E lei è pronta per la verità?"

Un romanzo giallo carico di tensione narrativa e introspezione psicologica. L’autrice ci invita a riflettere sulla società, sulle convenzioni sociali, sui mostri che la stessa società riesce a generare. Spesso le persone non sono come appaiono e le famiglie ancora meno. E non basta nemmeno fare la cosa giusta per credere di essere nel giusto, perché la realtà a volte ribalta le cose e il carnefice si trasforma in vittima e viceversa. La parola vale quanto il silenzio, la rabbia quanto la serenità. Tutto accade in una notte di festa, quando due ragazze scompaiono. La festa si trasforma in incubo e quest’ultimo sembra non finire mai. Un tranquillo paese americano viene messo a nudo, le ombre si trasformano in persone e nessuno pare avere scampo. Neanche la protagonista, Emmy Clifford, una poliziotta che si rende conto che nessun passato può essere sepolto, che anche i morti parlano pur chiusi nei loro loculi. Un paese, fatto di facciata, crolla; l’illusione sfuma e la spaventosa realtà viene a galla: tutti sono colpevoli.
La scrittura è fluida, i dialoghi tesi, gli ambienti ben descritti. Un romanzo che narra l’ipocrisia della gente che predica amore, rispetto, onestà e attaccamento alla famiglia ma che davanti alla violenza e l’abuso, generati nei confronti del prossimo, chiude gli occhi. La storia è lo specchio di questa malata società, dove sui social si vede il peggio del peggio, dove l’apparenza conta più dell’essere. Emmy dovrà fare i conti con le famiglie da "mulino bianco" nelle quali si nascondono dinamiche malsane, dove viene repressa la rabbia che quando esplode genera orrore. La protagonista sente urgente il bisogno di rompere il silenzio e di urlare che: "tutti qui siamo colpevoli". Ci riuscirà?
Un thriller psicologico di alto livello che fa riflettere e che un po’ spaventa… perché "nessuno di noi è davvero innocente".



venerdì 3 aprile 2026

Recensione di "All'incrocio dei nostri destini" di Mélissa Da Costa - Auteure, edito Rizzoli.

Recensione di "All'incrocio dei nostri destini" di Mélissa Da Costa - Auteure, edito Rizzoli.

"Sono cinque anni che Ambre non torna ad Arvieux, piccolo paese nel cuore delle Alpi francesi; non un tempo davvero lungo, ma sufficiente a lasciare un segno, se hai vent’anni. Oggi, mentre la giovane donna è in viaggio da Lione, riappaiono davanti ai suoi occhi le baite di montagna. È il richiamo di un’amicizia spenta solo in superficie a portarla qui, una telefonata dell’amica Rosalie piovuta d’improvviso: il suo compagno, Gabriel, le ha scritto un biglietto ed è sparito, lasciandola con i due figli. Oltre ad Ambre arriveranno anche Anton e Tim, ugualmente pronti ad accorrere e fare la loro parte. Mentre Gabriel ancora non si riesce a rintracciare, i quattro amici sono subito sommersi dai ricordi legati a quella stagione invernale passata all’hotel Les Mélèzes, quando ognuno di loro aveva trovato negli altri una nuova prospettiva e nuove energie per riprendere in mano la propria, disordinata vita. Oggi hanno solo qualche anno in più e credono di essere adulti, ma è ancora tutto da costruire. Riallacciare i rapporti dopo così tanto tempo sarà allora un tuffo, necessario a superare la distesa dei risentimenti, di tutti quei dolori rimasti invisibili, per smettere di piangere i fantasmi e recuperare fiato, guardarsi in faccia e dirsi che sì, siamo sempre stati qui, ed è da qui che la vita riparte."

Con questo romanzo, ancora una volta, l’autrice colpisce per la sua scrittura intensa e nello stesso tempo delicata. Il protagonista è l’amore unico e autentico, quello che muove tutto, che tutto ferma e sul quale noi non abbiamo alcun potere. Dopo "Bucaneve" la Da Costa ritorna con gli stessi personaggi per ricordarci che il cuore, anche se deluso, spezzato e tradito, può guarire e tornare ad amare. In fondo al tunnel la luce ci attende perché la felicità è in grado di bucare un terreno apparentemente non fertile. Vivere e non sopravvivere è possibile se sappiamo metterci a nudo anche con noi stessi. E poi ci sono i legami e gli affetti che, se autentici, danno vita a nodi e intrecci che non intrappolano, anzi, rendono liberi.