mercoledì 12 agosto 2026

Recensione de "I morti hanno sempre ragione" di Raul Montanari edito Baldini+Castoldi.

Recensione de "I morti hanno sempre ragione" di Raul Montanari edito Baldini+Castoldi.


"Autunno 2024: Andrea, ventottenne, riceve la notizia della morte improvvisa dei genitori, che da qualche tempo si sono trasferiti da Milano in un paesino di montagna. Non crede a un incidente e va a vivere nella stessa casa dei suoi per scoprire cosa è veramente accaduto, senza immaginare quali conseguenze avrà questa decisione. L’indagine privata di Andrea si trasforma ben presto in qualcosa di diverso, come se il suo scopo originario si smarrisse nel groviglio di crudeltà, violenze e reciproche sopraffazioni che dal condominio in cui abitavano i genitori si allargano a tutto il paese. Nell’avventura che attende il protagonista non mancano squarci di serenità, momenti di tenerezza e umorismo, incontri capaci di attraversare l’arcobaleno delle relazioni umane, dai colori cupi a quelli luminosi: Luca, Miriam, il prete don Carlo, i misteriosi ragazzi del bosco. L’ultimo colpo di scena sorprenderà il lettore e il caso verrà risolto nel modo più inatteso, ma solo a libro chiuso verrà meno l’inquietudine di essersi affacciati su una voragine di cui non si scorge il fondo."

Un romanzo la cui lettura, una volta iniziata, va ultimata nel minor tempo possibile.
Un libro che cattura il lettore fin dalle prime pagine, quando ancora tutto è detto e non detto. Quando la verità è ancora così lontana.
L’elemento che risulta essere quasi perfetto è la descrizione dell’ambientazione. Un insieme di persone refrattario alla comunicazione, alla conoscenza dell’altro, ancorato alle proprie abitudini. Persone ferme, quasi immobili, per nulla stabili dal punto di vista emotivo, che non sanno di conseguenza controllare le emozioni. Ogni personaggio è ambiguo.
Tutto appare come è ma nulla è come appare?
Forse.
Un romanzo che tratta il tema della morte e l’abbandono con cura e maestria. Molti gli argomenti trattati: la famiglia incapace di creare relazioni vere costruite sull’affetto, soprattutto quando il "non detto" è maggiore di quello che al contrario viene espresso; la responsabilità delle istituzioni; l’importanza dell’amicizia; la solitudine che spesso una grande città regala; la chiusura mentale di un piccolo paese di provincia.
Ecco perché questo romanzo non può essere considerato semplicemente solo un giallo. È molto, ma molto di più perché mostra e racconta le dinamiche umane.
Lo stile letterario di Montanari è equilibrato, non cade mai nella banalità e soprattutto non eccede in tortuosi voli di pensiero che non portano a nulla.
Montanari ha confezionato un giallo psicologico attraverso l’osservazione e l’ascolto dell’altro. Ha usato empatia mettendo a nudo fragilità e forza. "I morti hanno sempre ragione" risulta essere un libro che porta a galla quanto possa essere dannoso tacere la verità. Quando scegliere di non dire non protegge ma uccide dentro.



domenica 19 luglio 2026

Recensione de "Le chiamava persone medicina" di Gio Evan edizioni Rizzoli

 Recensione de "Le chiamava persone medicina" di Gio Evan edizioni Rizzoli.

"Marelargo è convinto di essere nato con la pelle difettosa, troppo fina, ci passa il mondo attraverso. La sua unica amica, Isabella, dice che i suoi undici anni li porta davvero male, manca di gioco, ha pensieri in formato adulto. Adele è sua nonna, vive la montagna, madrelingua silenzio, conosce il dialetto della natura, si intende con gli alberi, gli animali le parlano. Non sappiamo ancora se questa è la storia di un bambino di città mandato in montagna per guarire dall'ipersensibilità o di sua nonna, custode misteriosa del bosco. Della sua amica, bella e selvaggia, o della montagna, santuario dalle leggi imprescindibili. A ben vedere, questa potrebbe essere benissimo la tua storia."

Senza particolare enfasi e nemmeno con la presunzione di avere qualcosa da insegnare agli altri, questo romanzo di Gio Evan sorprende per la semplicità e leggerezza con cui l’ha scritto. Descrizioni che catturano l’attenzione del lettore portando a galla la meraviglia della natura; emozioni che si amalgamano e s’intrecciano narrate con una prosa libera da schemi.
Osservazione e ascolto, di sé e degli altri. Ascolto del mondo e recupero della nostra umanità. Un racconto che invita ad allontanarsi dal pensiero unico, dalle città, dalla frenesia, dal rumore, dai social. L’autore invita il lettore a entrare in un bosco ponendo attenzione a suoni, profumi e agli animali che lo abitano. Perché il bosco è medicina.

lunedì 13 luglio 2026

Recensione de "Il solito desiderio di uccidere" di Camilla Barnes, Einaudi editore.

 Recensione de "Il solito desiderio di uccidere" di Camilla Barnes, Einaudi editore.

“Due genitori ottantenni che tengono in giardino una coppia di lama, spesso impegnata a procreare altri lama. Il padre filosofo che ama discutere di atarassia durante la cena, mentre la madre serve costolette di vitello congelate quarant’anni prima. Entrambi inglesissimi, sebbene trapiantati in Francia, impegnati in un duello verbale che prosegue da mezzo secolo. Non privi di segreti indicibili che le figlie cercano di far venire a galla. Segni particolari: suscitano in chiunque li frequenti uno strisciante, formidabile desiderio di uccidere. I genitori di Miranda sono inglesi ma vivono nella Francia rurale, in un “manoir” fatiscente dove nidificano i pipistrelli e proliferano le piante rampicanti. Lui professore di filosofia in pensione, lei detentrice delle redini famigliari, hanno lasciato Oxford da quasi trent’anni per dedicarsi a una vita di schermaglie dialettiche, esasperata parsimonia e compulsivo accumulo di cibi nel congelatore, in compagnia di gatti, anatre, galline e due lama. Anche Miranda, attrice teatrale, vive in Francia, e quando va a trovare i genitori affronta con stoicismo gli inevitabili supplizi, dalla temperatura artica della casa alle costolette di vitello conservate dal 1983 e servite con nonchalance, dalle partite a tennis con regole stravaganti alle dispute domestiche a base di Epitteto – tutte cose di cui si lamenta via mail con la sorella Charlotte, rimasta in Inghilterra, raccontandole che l’esito delle visite è sempre lo stesso: il solito desiderio di uccidere…”

Speravo in qualcosa di meglio. Mi sono fatta coinvolgere dalla quarta di copertina che ha poco a che vedere con il romanzo. Perché alla fine tutto quel “solito desiderio di uccidere” non c’è.
Con un tono ironico la Barnes racconta di una famiglia tenuta insieme da un tessuto fragile fatto di parole non dette o dette in modo non troppo opportuno, di gesti incompiuti, di mancanze, di verità taciute ma anche rivelate. Un tessuto inzuppato di rimorsi e rimpianti. Personaggi crudi, dialoghi taglienti. Eppure a me è mancato qualcosa, ovvero l’equilibrio tra il raccontare e il mostrare. Sicuramente un romanzo ben scritto, pagine cariche di ritmo e molta originalità che, però, risultano incomplete. O forse sono io che non so cogliere lo humour inglese.



sabato 20 giugno 2026

Recensione di "Quel che affidiamo al vento" di Laura Imai Messina, edito Edizioni Piemme

Recensione di "Quel che affidiamo al vento" di Laura Imai Messina, edito Edizioni Piemme


"Sul fianco scosceso di Kujira-yama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia, in mezzo a cui è installata una cabina, con un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, che alzano la cornetta per parlare con chi è nell'aldilà. Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua vita. Si chiama Yui, ha trent'anni e una data separa quella che era da quella che è: 11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami le sottrasse la gioia di essere al mondo. Ma quando a Bell Gardia Yui incontra Takeshi, la sua vita prende un corso inaspettato. Per rimarginare le ferite di un'esistenza servono coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il racconto di sé. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo avviene."

Un romanzo che tratta, con parole semplici e delicate, il dolore conseguente a una perdita. Pagine che scavano nell’intimo, nella tristezza, portando a galla la speranza: la speranza di poter essere ancora felici, anche per brevi attimi. Una storia che racconta la salvezza portata dalla memoria, dai ricordi di un passato che non tornerà mai più, ma che può donare forza e alleggerire il presente.
La morte spaventa, fa tremare le corde che tengono stretto il nostro cuore, ma esiste così come esiste la vita.
“Quel che affidiamo al vento” porta il lettore a riflettere su quello che è davvero importante nella nostra vita. L’autrice, attraverso una narrazione efficace e non prolissa, ci prende per mano conducendoci in luogo magico che si trova in Giappone, un giardino con una cabina telefonica dove si può credere di parlare con i defunti, affidando al vento le parole. Un libro che lancia un messaggio forte e chiaro: niente è scontato, niente è certo quando siamo in vita. Solo la morte lo è, ma se abbiamo fiducia nel vento, allora possiamo cambiare le regole.
“Era un atto di pura fiducia alzare la cornetta, far sciacquare le dita nei dieci piccoli fori, e nonostante il silenzio che si divaricava, parlare. Ecco, la chiave era proprio la fiducia”.


sabato 13 giugno 2026

Recensione de "Il giglio d'acqua" di Ivana Librici, edizioni Solferino.

 Recensione de "Il giglio d'acqua" di Ivana Librici, edizioni Solferino.

"Ada e Nancy sono amiche fin da quando Nancy è arrivata a casa di Ada come empleada per i mestieri domestici, per poi diventare quasi una sorella. Dalle loro avventure a piedi nudi tra le rosse strade sterrate di San Ignacio de Velasco, in Bolivia, sono trascorsi decenni; oggi, a tenere teso il filo che lega Nancy e Ada è Paula, in qualche modo figlia di entrambe e ora in procinto di diventare madre in Italia. Si rinnova così il pacto de sangre stretto da bambine dall’altra parte del mondo, e il passato torna, insinuandosi nel presente. Mentre la gravidanza dell’ancora liceale Paula prosegue tra dubbi e speranze, Ada fa i conti con sogni tormentosi, con il ricordo dell’infanzia assieme a Nancy e della notte in cui l’ha vista per l’ultima volta. Forse è arrivato il momento di chiedersi cosa sia successo, davvero, quella notte: e la donna si imbarca in un percorso di scoperta che la condurrà di nuovo in Bolivia sulle tracce di un progetto dai contorni inquietanti. Un prete ormai anziano ma da sempre chiacchierato, fuggito da una precedente vita nell’Europa nazista, potrebbe infatti avere la chiave per risolvere il mistero della scomparsa di Nancy. Con una scrittura limpida e un’ammaliante ricchezza di immagini, Ivana Librici ci porta in una Bolivia complessa e autentica, raccontata e percepita con tutti i sensi, tra gli odori della vegetazione, i sapori dei pasti condivisi, i colori degli abiti, delle strade e delle missioni. Indagando l’alleanza tra donne e la forza dei legami al di là di qualsiasi definizione, va al cuore del miracolo dell’amicizia, capace di resistere al tempo e di toccare molte vite."

Una scrittura pulita, una penna molto abile, un bellissimo romanzo di vita, d’amore e di spalancato dolore. L’autrice sicuramente conosce i luoghi che descrive, perché lo fa con maestria senza appesantire la narrazione. Il romanzo, in parte, è ambientato in Bolivia alla fine degli anni settanta, fino ad arrivare ai giorni nostri. Passato e presente, con l’aiuto di molti flashback, si intrecciano per raccontare la storia di due donne meravigliose.
La Librici riporta a galla uno spaccato storico: quello dei padri gesuiti arrivati in Bolivia nel ‘700 e quello dei nazisti che in quella terra, verso la seconda guerra mondiale, trovarono rifugio. I personaggi sono ben delineati, mostrati in tutte le loro sfumature. Allo stesso modo viene ben rappresentato il contesto sociale in cui vivono. Un romanzo sorprendente, che riesce a dare vita alle più svariate emozioni; un romanzo che grida amore, giustizia e verità.


venerdì 29 maggio 2026

Recensione di "E ti chiameranno strega" di Katia Tenti Neri Pozza

 Recensione di "E ti chiameranno strega" di Katia Tenti Neri Pozza

"A guardarlo da lontano, il castello di Fiè allo Sciliar sembra un luogo da fiaba. Nessuno penserebbe che tra quelle mura imponenti sia stato perpetrato un crimine orrendo, si sia svolto uno dei processi più drammatici del Cinquecento e trenta donne innocenti abbiano perso la vita sul rogo.
E invece le streghe dello Sciliar sono state incarcerate nelle minuscole celle dei sotterranei del castello, sono state chiamate amanti del demonio, torturate, sono state loro estorte confessioni false, volte solo a far terminare il supplizio. E non sono state piante da nessuno, perché provare compassione per quelle donne dannate avrebbe significato autoaccusarsi. Barbara Vellerin è una di loro. Cresciuta dalla madre ai margini del villaggio per stare a contatto con la natura, i suoi primi anni di vita sono stati un incanto, tra lo studio delle piante e la cura dei bisognosi. Poi tutto è cambiato, il sospetto si è fatto strada negli occhi di coloro che prima richiedevano i suoi medicamenti e le idee di un manipolo di religiosi, per i quali ogni donna è una potenziale strega, si sono diffuse nella valle come una peste. Cinquecento anni dopo, Arianna Miele vince un concorso come curatrice di una mostra sulle streghe dello Sciliar. È la sua occasione per iniziare finalmente la carriera da antropologa che desidera, per rendersi indipendente da una famiglia che da sempre cerca di soffocarla e per dimostrare, soprattutto a sé stessa, il proprio valore. Non può sapere che, riportando alla luce le vite di un gruppo di donne che per lei all’inizio non sono altro che una lista di nomi, scoprirà una verità scomoda sull’eroe di quelle parti, il capitano del Tirolo Franziskus von Stauber, e riuscirà a dar voce, lei che una voce non l’ha avuta mai, a una donna innocente, messa a tacere dall’ipocrisia e dalla crudeltà."

Non conoscevo la scrittura di Katia Tenti, non conoscevo lei.
"E ti chiameranno strega" è un romanzo sorprendente, coinvolgente e molto originale. Ispirandosi a una storia realmente accaduta, quella dei processi alle streghe tenutisi a Fié allo Scilar, l’autrice intreccia il passato (attraverso la voce di Barbara) e il presente (attraverso la voce di Arianna). La Tenti realizza una vera propria opera di rielaborazione che unisce un’epoca distante con quella attuale.
A quel violento processo di Fié allo Scilar l’autrice conferisce un senso di attualità, dimostrando che la storia si ripete, che purtroppo può sempre ripetersi. La caccia alle streghe fu un vero e proprio fenomeno di controllo nato con l’intento di sfavorire e punire le donne, che risultavano essere a quell’epoca (parliamo del 1480-1500) una categoria emarginata.
La Tenti mostra uno scenario complesso, aiutandoci a ricordare quell’epoca segnata da persecuzioni e ghettizzazioni, dove la paura del diverso e dello sconosciuto sommata ad alterigia e prepotenza del potere patriarcale provocavano violenze e abusi. Un tuffo nel passato che ci riporta purtroppo al presente dove la violenza e i soprusi verso i diversi e i più deboli sono ancora vivi. Un romanzo che porta a galla una verità ingombrante, quella del pregiudizio e del giudizio "facile". Con una scrittura intrigante e semplice, attraverso la quale vengono ben delineati i personaggi, la Tenti ci regala pagine cariche di emozioni e di svariati sentimenti.



domenica 26 aprile 2026

Recensione di "Come l'arancio amaro" di Milena Palminteri, edito Bompiani

Recensione di "Come l'arancio amaro" di Milena Palminteri, edito Bompiani.


"Agrigento, 1960. Carlotta ha trentasei anni ed è convinta che nessuna persona amata possa rimanerle vicino: suo padre è morto la notte in cui lei nasceva, la sua adorata bambinaia se n'è andata quando lei era piccola e sua madre è sempre stata simile a un'algida istitutrice. Cresciuta durante il Ventennio e la guerra in una Sicilia dove da sempre tutto cambia per rimanere immutato, Carlotta ha imparato che il solo modo per non soffrire è annoiarsi con pazienza. Così, dopo gli studi di legge, anziché lottare per diventare avvocato si è rinchiusa a lavorare all'Archivio notarile. Ma il destino ci insegue anche se noi ci nascondiamo: è proprio uno dei polverosi documenti dell'Archivio a rivelarle la terribile accusa rivolta da sua nonna paterna a sua madre, di non averla partorita ma comprata. Carlotta comincia un'indagine che la porterà a scoprire le radici della rabbia e della sete che per tanti anni ha cercato di mettere a tacere. Sarraca (Agrigento), 1924. È inutile essere giovane e piena di progetti, se sei nata nel tempo sbagliato. Mentre da Roma scende l'onda nera del fascismo, la diafana Nardina sposa il nobile Carlo Cangialosi ma non riesce a rimanere incinta, e questa colpa si allunga su di lei come un'ombra. E la bellissima e selvatica Sabedda, umile serva, si trova in grembo un figlio che non potrà sfamare. I percorsi di queste due ragazze si intrecceranno grazie al piano scellerato ordito da Bastiana, madre di Nardina, e dal campiere don Calogero, in odore di mafia. Milena Palminteri esordisce con un romanzo generoso, sostenuto da una lingua ricca di sfumature, popolato di personaggi memorabili per la dolente fierezza con cui abbracciano i propri destini."

Profumo di mare, salsedine, agrumi…
Un romanzo carico di dettagli e personaggi, forse troppi. Una scrittura che a tratti risulta pesante ma a parte questo la storia è accattivante e coinvolgente. E poi c’è la Sicilia con la sua nota dolente che è la mafia. "Come l'arancio amaro" è, fondamentalmente, un romanzo che ci accompagna in una Sicilia calda, arida facendoci amare e non amare i suoi abitanti. Sarraca (paese inventato) e Agrigento sono luoghi dove passioni, intrecci, segreti la fanno da padroni. Il lettore si troverà davanti a una grande storia lunga quarant’anni. Traghettatore è zu' Pippino, un avvocato ormai novantenne, che conosce bene l'epoca del fascismo e i danni che quest’ultimo ha generato.
Non manca il dialetto che rende più vera questa storia. I personaggi non sono sempre ben caratterizzati ma ottimi sono i dialoghi.
"Io dell'arancio amaro conosco solo le spine e ormai non mi fanno più male. Ma il profumo del suo fiore bianco è il tuo, ed è quello della libertà"
Un libro che celebra la libertà, l’amore e la vita.