domenica 2 febbraio 2025

Recensione di "Tutto il blu del cielo" di Mélissa Da Costa - Auteure, edizioni Rizzoli

 Recensione di "Tutto il blu del cielo" di Mélissa Da Costa - Auteure, edizioni Rizzoli.


“Cercasi compagno/a di viaggio per un'ultima avventura: sono le prime parole dell'annuncio che Émile pubblica online un giorno di fine giugno. Ha deciso di fare ciò che ancora non ha mai fatto, che ha sempre rimandato, perché nella vita va così. Partire per un viaggio on the road, setacciare paesaggi vicini eppure mai esplorati, affondare occhi e naso là dove non c'è altro che natura e silenzio, senza data di ritorno. Ha solo ventisei anni e una forma di Alzheimer precoce e inesorabile, per questo vuole vivere in completa libertà, lontano da chiunque lo conosca, fintanto che il suo corpo glielo concederà. Non si aspetta che qualcuno davvero risponda al suo appello, ma sbaglia. Qualche giorno dopo in una stazione di servizio, pronta a partire, protetta da un informe abito nero, con un cappello a tesa larga, sandali dorati ai piedi e zaino rosso in spalla, c'è Joanne. E così, su un piccolo camper, attraverso boschi profumati, torrentelli rumorosi, sentieri e stradine che si snodano tra le vette dei Pirenei e certi bellissimi borghi dell'Occitania, una giovane donna e un ragazzo s'incamminano. Parlano poco, forse cercano una dimensione diversa dove potersi incontrare, la parola giusta per bucare, senza fare troppo male, ognuno il dolore acuto dell'altro.”

Un romanzo straordinario. Potrei terminare qui la recensione, ma quando un libro incontra le mie emozioni mischiandole una con l’altra, così come si mescola un mazzo di carte, ho piacere di spendere qualche parola di più rispetto ad altre recensioni per condividerle con i lettori che seguono il mio blog.
Tutti nella nostra vita abbiamo attraversato un momento in cui abbiamo sperato che, svegliandoci al mattino, avremmo dimenticato la realtà. Dimenticare. Ritenere la perdita della memoria l’unica cura possibile per non soffrire. E chi non ha mai sofferto per amore? Tutti. Anche Émile con i suoi ventisei anni, con la sua bellezza e giovinezza. Da più di un anno soffre per amore perché Laura gli ha spezzato il cuore. Ha un desiderio: dimenticare tutto… proprio tutto. Ed ecco che il suo desiderio viene esaudito, perché dopo aver manifestato malori improvvisi ed essersi sottoposto ad accertamenti medici, dovrà affrontare una diagnosi infausta: Alzheimer precoce. Non solo, i medici gli comunicheranno che non gli resterà molto da vivere, al massimo due anni. Improvvisamente la vita di Émile e della sua famiglia, del suo più caro amico si ribalta, si frantuma. In un primo momento Émile si trasferirà, esortato dalla sua famiglia a procedere in questo senso, in un centro di terapie sperimentali. Lui, però, non è d’accordo. Perché vivere quei due anni in un ambiente sterile, dove ogni giorno è uguale all’altro? E allora opta per un atto coraggioso: mettere un annuncio su un sito internet alla ricerca di un compagno di viaggio che abbia voglia di partire con lui senza una meta precisa, qualcuno che possa prendersi cura di lui affrontando anche la sua malattia. Risponderà Joanne, una ragazza sempre vestita di nero…
E qui mi fermo. Ma vi invito a leggere questo romanzo, questa storia così intrisa d’amore, di sofferenza e di forza. Vi consiglio di approcciarvi con il cuore, abbandonando le vostre convinzioni e sicurezze. Di leggerlo con umiltà, immedesimandovi in Émile e Joanne, avvolgendo ogni centimetro della vostra pelle con i loro stessi abiti. Siamo fatti di memoria, senza non siamo niente, solo sacchi vuoti. Certi ricordi fanno male, è vero, ma è il modo in cui vengono affrontarti che li rende sopportabili. Un romanzo che insegna che la vita con le sue curve, discese e salite, è quella che viviamo nel presente. Il passato è lì per insegnarci, il futuro per renderci sognatori.


sabato 11 gennaio 2025

Recensione di "Brucia l'origine" di Daniele Mencarelli, edizioni Mondadori

 Recensione di "Brucia l'origine" di Daniele Mencarelli, edizioni Mondadori.

“Da quattro anni Gabriele Bilancini non tornava a casa. Casa è il quartiere Tuscolano a Roma, dove è nato e vissuto insieme ai genitori, la sorella e una compagnia di amici inseparabili. Oggi Gabriele abita a Milano ed è tra i dieci designer emergenti più quotati al mondo. È uno che ce l'ha fatta: l'esempio perfetto di come si possa essere artefici della propria sorte. A credere in lui e a lanciarlo è stato Franco Zardi in persona, un guru del design mondiale, che ha riconosciuto in Gabriele la grazia del talento. Da quel momento, la sua vita si è trasformata, ha preso a correre a un ritmo frenetico alimentandosi di adrenalina e soddisfazioni, non ultima l'incontro e l'amore con Camilla, la figlia di Zardi. E ora, dopo quattro anni, torna. A casa tutto è rimasto identico, a partire dalla vita dei suoi amici, come se il tempo non fosse trascorso, stesse abitudini, stesse giornate - al posto della scuola il lavoro - che si concludono ai tavolini del bar del sor Antonio. L'abbraccio in cui lo avvolge il suo passato è la cosa più dolce e al contempo soffocante che potesse ricevere e lo costringe a prendere atto della frattura che lo abita. "Si vergogna della sua famiglia, della terra che lo ha allattato. Nel mondo che frequenta ora, quello dei ricchi, la nasconde come si nasconde un peccato. Da una parte le sue origini, dall'altra Milano e il suo presente di alto rango." Quella che ha spinto Gabriele a disegnare è una passione vera, bruciante, su cui lui ha puntato tutto, uscendone vincitore. Eppure, una volta realizzato, il sogno non dà la felicità attesa. Cura poetica della lingua e potenza dei sentimenti si distillano con stupefacente limpidezza in un romanzo dal ritmo velocissimo.”

Con uno stile letterario vivace, il romanzo parla di appartenenza e di identità. Il protagonista, Gabriele, ritorna al suo paese d’origine dopo essersi costruito una vita altrove e avere avuto successo come designer. Tornare a quella realtà, dopo quattro anni di lontanaza, porta Gabriele a mettersi in discussione, soprattutto a riflettere sulle scelte che lui ha fatto. È costretto a guardarsi allo specchio e a domandarsi chi sia veramente e se voleva essere ciò che ora è. Mencarelli ancora una volta narra la vita, la vita degli altri… che siamo noi. Lo fa con garbo, con sicurezza e senza dare giudizio. Il romanzo parla dei ‘sommersi’, quelli che sono stati lasciati indietro, che non sono mai saliti sul treno delle opportunità perché dove stanno loro i treni non passano. Ai sommersi nessuno ha mai insegnato a sognare, a muoversi per ottenere una vita migliore. Tutti noi abbiamo bisogno di certezze, di scialuppe di salvataggio, di mani a cui aggrapparci. Il rischio di cadere nel buio più profondo è dietro l’angolo per ognuno di noi. Mencarelli sussurra ai lettori parole di speranza, il modo per evitare di essere consumati dalla malinconia e dalle delusioni. Ci indica la strada dove trovare un rifugio sicuro, dove ripararci quando le cose non vanno proprio come le avevamo pensate e immaginate. Con un finale aperto permette al protagonista di scegliere ciò che del suo passato vuole portare con se e quello che del presente non gli serve o addirittura lo danneggia. Perché i rimorsi, i rimpianti, le illusioni, i torti e le ragioni spesso devono essere messi da parte: sono solo bagagli ingombranti che non ci permettono di camminare leggeri e sereni. E ancora una volta Mencarelli fa centro.

giovedì 26 dicembre 2024

Recensione de "La regola del viaggiatore" di Annamaria Zito, edizioni Leucotea.it

Recensione de "La regola del viaggiatore" di Annamaria Zito, edizioni Leucotea.it.


“Foglierosse non è di sicuro il luogo in cui Anna Susie vuole trascorrere le vacanze estive. Come può essere divertente la vecchia fattoria dei nonni, immersa nel bosco, per una tredicenne eternamente spaventata dalle incognite e con la mania del controllo? Foglierosse, però, è lì ad attenderla, pronta a svelarsi con inattesi incontri in una natura che si ribella a se stessa. La comparsa di un piccolo colibrì, la metamorfosi del protagonista di un dipinto, un albero che si tramuta in una grande gabbia, cuori umani appesi ai rami e una scatola piena di mistero. La sparizione di Tobia, il bracco dei nonni, è la chiave di Amaranthus, una terra nascosta ai piedi di Foglierosse che custodisce un grande segreto. E Anna Susie non può tirarsi indietro: è la prescelta. Insieme al suo nuovo amico Iacopo si ritrova ad affrontare l'ignoto. Questa è una storia di limiti e scoperte. Di buio e luce. Di profumi attaccati alla pelle e di grandi conquiste. È una storia che racconta il ciclo della vita così come nessuno può immaginarlo. È una storia per i ragazzi e le ragazze di ogni tempo. È la storia di tutti i ‘viaggiatori’.”

Una scrittura brillante che resta tale per tutto l’intero romanzo. L’autrice vuole lanciare un messaggio forte è chiaro: alla realtà va aggiunto un pizzico di magia. Abbiamo tutti bisogno di sognare, non per evadere dal quotidiano ma per rendere quest’ultimo più vero. Sono i sogni che ci spingono a migliorarci, che ci conducono per vie a noi ancora sconosciute. E cosa c’è di più vero e nel contempo magico di un viaggio?
Dialoghi, ambientazioni e personaggi si amalgamano alla perfezione e ciò che il lettore andrà a leggere e gustare è una storia dove non ci sono né vinti né vincitori, ma solo posti da esplorare e persone da conoscere.
La regola del viaggiatore è un romanzo di formazione, ogni personaggio è una guida. A tutti è permesso di salire a bordo, l'importante è rispettare una regola: quella del viaggiatore.



mercoledì 18 dicembre 2024

Recensione di "Acqua scura" di Charlotte Link, edizioni Corbaccio.

Recensione di "Acqua scura" di Charlotte Link, edizioni Corbaccio.


“Scozia, costa occidentale. In una notte di tempesta, due famiglie accampate in una baia vengono aggredite brutalmente nel sonno da una banda di uomini mascherati. Tutti vengono torturati e uccisi. Solo Iris, la figlia maggiore di una delle due famiglie, riesce a scampare al massacro. Quindici anni dopo, Iris comincia a ricevere minacce anonime e a essere perseguitata da uno stalker, e poco dopo, Tanya, la sua migliore amica, scompare senza lasciare traccia mentre sono in vacanza insieme in Francia. Che sia stata vittima di un crimine che in realtà non aveva lei come bersaglio e che invece ha qualcosa a che fare con il passato di Iris? All’epoca Iris aveva dichiarato di essere fuggita in preda al panico e non aveva potuto fornire la descrizione di nessuno degli assalitori. Ma perché, poi, i responsabili di quegli efferati omicidi, dopo tanto tempo, decidono di prendersela con l’unica sopravvissuta? Non sopportano l’idea che qualcuno possa essere sfuggito al massacro o c’è qualcosa di personale che li lega a Iris? Di sicuro tutto ha avuto inizio quella notte in Scozia. Non trovando i colpevoli, la polizia ha ormai archiviato «gli omicidi di Kilbride», come da allora vengono chiamati. Kate Linville, appena nominata ispettore investigativo, si trova suo malgrado coinvolta nel caso  insieme con l’amico ed ex ispettore Caleb Hale e, grazie al suo istinto, alla sua testardaggine e alla sua sensibilità, nota un dettaglio fondamentale: l’indizio decisivo in una vicenda destinata altrimenti a rimanere un atroce mistero.”

Il punto di forza del romanzo è l’indagine, perché cambia di pagina in pagina. Del resto la Link in questo è una maestra. L’autrice non delude mai: ruota i punti di vista, ribalta le prove, costruisce e disfa i personaggi. Niente è certo, tutto può accadere. Formidabili i dialoghi, eccellenti le descrizioni delle emozioni. E proprio queste ultime creano ansia e grande curiosità nel lettore. Tutto è il contrario di quello che sembra. Luce e buio si danno il cambio, quasi danzano seguendo un ritmo incalzante che tiene inchiodato il lettore, il quale si ritrova, fin da subito, immerso in un’atmosfera ricca di di turbamenti e inquietudine. La Scozia con i suoi paesaggi esalta e accresce la tensione. Cosa è accaduto veramente quella notte? Chi è il colpevole? E soprattutto: serve individuare un colpevole per ottenere giustizia?



domenica 10 novembre 2024

Recensione di "Verso l'abisso fischiettando" di Marco Presta, Einaudi editore.

 Recensione di "Verso l'abisso fischiettando" di Marco Presta, Einaudi editore.


"Alla oltraggiosa età di centotrentatre anni, Enrico ha polverizzato due record: è l’uomo più vecchio del mondo, e proprio per questo il più odiato. Gli altri nascono, vivono e muoiono, lui invece no, continua imperterrito a esistere. Per il resto del genere umano è un’ingiustizia, un sopruso, un problema da risolvere in fretta. Tra programmi di protezione, attentati e complotti, nuove nipotine, amori tardivi e nude proprietà che non finiscono mai, la lunghissima esistenza di Enrico è sempre più in bilico sull’orlo dell’abisso. Ma lui, troppo vecchio anche per preoccuparsi, si siede in poltrona e fischietta, ci fa ridere e commuovere, rievoca le sue mille vite e respira a pieni polmoni tutto il tempo che gli rimane."

Una storia originale scritta non bene, ma benissimo. Del resto Presta è una garanzia. Possiede uno stile letterario che oserei chiamare -grintoso-. E anche con questo ultimo romanzo, dal ritmo incalzante, Presta fa centro. Racconta di Enrico un uomo di 133 anni che rappresenta, proprio per l’età che porta, la vera minoranza della nostra società. Una società che vede, però, Enrico come una minaccia, una società che si domanda sul come sia possibile che un uomo possa campare così tanto. Iniziano le proteste sotto la casa di Enrico, addirittura le minacce. Le persone vogliono capire, pretendono di vederci chiaro. E le domande sono tante: “Sarà, forse, frutto di un sortilegio? O peggio ancora di un esperimento?”
La verità è che Enrico rompe un equilibrio, quello che sta tra la vita e la morte. Perché Enrico non muore? Sarà forse la sua passione per la vita a renderlo quasi immortale?
Ed è proprio qui che sta la bellezza di questo romanzo: le riflessioni che suscita, le emozioni che Presta riesce a far provare al lettore. Quest’ultimo riflette, non può sottrarsi alle considerazioni e conclusioni che l’autore porta a galla, ovvero che l’uomo è tanto grande quanto piccolo. È forte quanto fragile.
Confesso di non aver ben compreso il finale, ma poco importa. La grandezza del libro è talmente tanta che il finale conta poco.



sabato 12 ottobre 2024

Recensione di "Non è una città per avvocati" di Mauro Sangiorgi Robin Edizioni.

 Recensione di "Non è una città per avvocati" di Mauro Sangiorgi Robin Edizioni.


"Marcello Prati è un avvocato pavese che ha ormai superato i quaranta. Vive la professione con disincanto e amarezza, trascinandosi fra le incombenze di studio, il bar dove è solito consumare i suoi pasti e il rimpianto per la fidanzata che lo ha lasciato per mettersi con un calciatore molto più giovane di lui. Quando la ragazza viene uccisa insieme al nuovo compagno, Prati viene accusato degli omicidi e capisce ben presto che l'unica occasione che gli rimane per salvare se stesso e il suo studio è quella di indagare personalmente per scoprire il vero assassino. La ricerca della verità si rivela però difficile e a Marcello viene in soccorso Claudia, il suo difensore, che lo aiuta nel tentativo di fare luce sull'intricata vicenda. Attraverso puntate nell'Oltrepò pavese e imprevisti ritorni a un passato più felice, la matassa verrà infine sciolta. Ma la salvezza faticosamente conquistata non sarà in grado di lenire l'amarezza lasciata da una storia dove, in fondo, a vincere non sono i buoni."

Una lettura molto piacevole. Una scrittura brillante a tratti effervescente. La storia cattura e coinvolge fin dalla prima pagina. Un noir semplice ma al contempo complesso. L’autore dipinge la provincia lombarda in modo implacabile, portando a galla l’ipocrisia e quel fastidioso perbenismo che non fa altro che aggiungere miseria alla miseria già esistente. Nulla appare come veramente è, ma del resto è anche vero che niente è come appare.
Il protagonista di questo piacevolissimo noir è un avvocato pavese che viene incolpato di duplice omicidio. Tutto sembra essere contro di lui. Il carattere curioso e poco arrendevole dell’avvocato lo porterà a indagare, o meglio a rovistare, tra le pagine della sua stesso passato. La verità non è così semplice, come non è facile compiere un viaggio dentro e verso noi stessi. Cosa troverà quando arriverà alla meta di quel tortuoso percorso?
Personaggi ben delineati, così come sono ben descritti i sentimenti e le emozioni. Perfetti gli “show, don’t tell”. Le descrizioni degli ambienti sono ottimi. Non manca nulla a questo romanzo noir. A dire il vero una cosa forse manca, anzi due: manca il successo che avrebbe dovuto avere (da tempo non trovavo un noir così ben scritto e accattivante) e manca la lettura da parte di molti avvocati, soprattutto quelli di provincia, quelli che credono di essere “giudici in terra, nel cielo e nel mare.”



sabato 7 settembre 2024

Recensione di "Correndo con le forbici in mano" di Augusten Burroughs edito Minimum fax

Recensione di "Correndo con le forbici in mano" di Augusten Burroughs edito Minimum fax

“La storia di Augusten Burroughs parte sparata a nove anni e non rallenta per tutta l'adolescenza, incastrata tra un grottesco insegnante di matematica alcolizzato, suo padre, e una madre sofisticata che sogna di vedere i suoi versi pubblicati sul New Yorker. Scorre davanti ai nostri occhi una galleria di personaggi esilaranti: Augusten, prima di tutto, con le sue giacche blu, il sogno glamour di diventare parrucchiere per dive o medico in una soap opera e la naturalezza con cui simula il suicidio per non andare a scuola; il dottor Finch, lo psichiatra che ottiene l'affidamento di Augusten e che vive in una casa tutta rosa con la moglie che sgranocchia croccantini per cani; i loro sette figli, così simili nella follia che ne accomuna i comportamenti da rendere impossibile capire chi tra loro sia biologico e chi adottivo; i pazienti che frequentano la «pink house» e che forse sono più sani dei suoi abitanti, o forse sono solo diversamente pazzi. Alternando commedia acida e teatro dell'assurdo, rendendo omaggio al Salinger del Giovane Holden e al giocoso sarcasmo di Vonnegut, Augusten Burroughs ha scritto un libro poetico e spiazzante, nel quale la commozione e il riso, più che alternarsi, piombano addosso al lettore assieme, lasciandolo stordito e incantato.”

Sarò severa!
Questo romanzo ha due possibilità: o piace o non piace. A parere mio non può esserci via di mezzo. E vi spiego perché:
è un’autobiografia e le autobiografie o piacciono o non piacciono. Vengono scritte sotto forma di aneddoti e gli aneddoti non possono essere fluidi. Sono divise per racconti che non si collegano l’uno all’altro. Ma veniamo a questo libro: il romanzo racconta l'infanzia dell'autore stesso. Un’infanzia che per molti versi risulta essere surreale, che spaventa, che lascia spiazzati. Tante sono le situazioni assurde, volgari e drammatiche. E poi c’è una parte che sfiora quasi la pedofilia che, però, sembra quasi essere, per come viene trattata, un fatto ordinario.
Per questo motivo il libro o piace o non piace. “Accettare” un libro del genere non è facile. Pensare che l’autore possa aver attraversato certe situazioni così terribili mette a disagio il lettore ponendosi la domanda: «Sarà vero?» E se fosse così, allora, le domande da porsi sarebbero altre... domande tristi con risposte ancora più tristi e disarmanti. Perché sulle -infanzie violate- non si può ridere.
Poi c’è un buon stile letterario, un’ottima scrittura, un ritmo incalzante che non cambia e rallenta mai. E poi c’è il titolo che è straordinario e i titoli straordinari “fanno vendere”.