martedì 26 maggio 2020

Recensione de "L'angelo di Monaco" di Fabiano Massimi, Longanesi

Recensione de "L'angelo di Monaco" di Fabiano MassimiLonganesi
"Monaco, settembre 1931. Il commissario Sigfried Sauer è chiamato con urgenza in un appartamento signorile di Prinzregentenplatz, dove la ventiduenne Angela Raubal, detta Geli, è stata ritrovata senza vita nella sua stanza chiusa a chiave. Accanto al suo corpo esanime c’è una rivoltella: tutto fa pensare che si tratti di un suicidio. Geli, però, non è una ragazza qualunque, e l’appartamento in cui viveva ed è morta, così come la rivoltella che ha sparato il colpo fatale, non appartengono a un uomo qualunque: il suo tutore legale è «zio Alf», noto al resto della Germania come Adolf Hitler, il politico più chiacchierato del momento, in parte anche proprio per quello strano rapporto con la nipote, fonte di indignazione e scandalo sia tra le file dei suoi nemici, sia tra i collaboratori più stretti. Sempre insieme, sempre beati e sorridenti in un’intimità a tratti adolescenziale, le dicerie sul loro conto erano persino aumentate dopo che la bella nipote si era trasferita nell’appartamento del tutore. Sauer si trova da subito a indagare, stretto tra chi gli ordina di chiudere l’istruttoria entro poche ore e chi invece gli intima di andare a fondo del caso e scoprire la verità, qualsiasi essa sia. Hitler, accorso da Norimberga appena saputa la notizia, conferma di avere un alibi inattaccabile. Anche le deposizioni dei membri della servitù sono tutte perfettamente concordi. Eppure è proprio questa apparente incontrovertibilità dei fatti a far dubitare Sauer, il quale decide di approfondire. Le verità che scoprirà, così oscure da far vacillare ogni sua certezza professionale e personale, lo spingeranno a decisioni dal cui esito potrebbe dipendere il futuro stesso della democrazia in Germania…
Sullo sfondo di una Repubblica di Weimar moribonda, in cui si avvertono tutti i presagi della tragedia nazista, L’angelo di Monaco è un thriller in miracoloso equilibrio tra inoppugnabile realtà storica e avvincente finzione, un viaggio all’inseguimento di uno scampolo di verità in grado, forse, di restituire dignità alla prima, vera vittima della propaganda nazista: la giovane e innocente Geli Raubal."
A Fabiano Massimi va il merito di avere fatto luce su un episodio storico sconosciuto al pubblico, ovvero la tragica morte di Angela Maria Raubal, detta Geli, nipote di Adolf Hitler. La morte è avvenuta in circostanze misteriose e non chiarite dalla storia. La misteriosa morte di Geli nasconde gli interessi del Partito e dei suoi membri perché la ragazza stava diventando un personaggio scomodo e pericoloso. Le indagini condotte in quel periodo portano alla luce verità scottanti e ingombranti. L'autore fa proprio leva su questi argomenti. Descrive benissimo Monaco e tutti i personaggi che ruotano intorno a questa triste vicenda, compreso Adolf Hitler.
Uno stile letterario unico, brillante e "coraggioso".

venerdì 24 aprile 2020

Recensione de "La città delle bestie" si Isabel Allende, Giangiacomo Feltrinelli Editore

Recensione de "La città delle bestie" si Isabel AllendeGiangiacomo Feltrinelli Editore
"Alex ha quindici anni. La malattia della madre lo costringe a lasciare una tranquilla cittadina californiana per seguire l'eccentrica nonna Kate, reporter di professione, in una spedizione nel centro dell'Amazzonia. Bisogna cercare una Bestia mostruosa e gigantesca che paralizza con il suo odore chi la incontra. Alex si trova così ad affrontare eventi e situazioni eccezionali, dalle banali punture d'insetti all'incontro con animali feroci, come l'affascinante giaguaro. Nel gruppo della spedizione c'è anche Nadia, figlia tredicenne della guida: è nata nella foresta e si muove in perfetta armonia con la natura selvaggia. Questo è il primo romanzo di una trilogia pensata per gli adolescenti, ma adatta anche al pubblico adulto della scrittrice."
Lo stile della Allende come sempre è impeccabile. E' un romanzo di avventura dove sono sono coinvolti tanti personaggi, tutti molto bene caratterizzati. Il messaggio che la Allende vuole trasmettere è il rispetto per le altre culture. Manca, forse, un po' di suspance, spesso si intuisce quello che accadrà nelle pagine che si incontreranno dopo ma questo non guasta comunque la lettura. La storia in fondo è una favola e nelle favole tutto è concesso. Il romanzo si chiude con questa frase:
"E tu (sarai sempre) il mio migliore amico perché riusciremo a vederci con il cuore".
Una frase poetica, un invito a credere che anche dopo la morte, la vita, di chi abbiamo amato, ritorna sempre
Una lettura piacevole per i ragazzi ma anche per gli adulti.


martedì 7 aprile 2020

Recensione di "Ferro e sangue" di Lisa Marklund edizioni Marsilio

Recensione di "Ferro e sangue" di Lisa Marklund edizioni Marsilio
Una storia intrigante dal ritmo incalzante, una storia pulita senza inutili fronzoli. Personaggi bene caratterizzati, sentimenti ben descritti.
"Sono passati quindici anni da quando Annika Bengtzon ha messo la sua prima firma sulla Stampa della sera, con tanto di foto accanto all’articolo sull’omicidio di Josefin Liljeberg, la ragazza che lavorava al club Studio Sex; una morte di cui nessuno è ancora ufficialmente responsabile. Sempre in prima linea nella ricerca della verità, Annika da allora non ha mai smesso di scrivere di casi irrisolti, mossa dall’ostinazione che la spinge a esporsi a qualsiasi rischio in nome di un radicato senso della giustizia. Ma ora che la vita comincia a funzionare, il suo mondo così faticosamente conquistato rischia di crollare. Non solo ci sono progetti per smantellare la testata per cui lavora ma, in aggiunta, la sorella Birgitta, dopo averle inviato una serie di messaggi inquietanti, è scomparsa. Tra un passato che ritorna minaccioso e un presente carico di tensione, l’irriducibile reporter della Stampa della sera si ritrova coinvolta in un’indagine che la costringe a un duro confronto con la famiglia e con se stessa, obbligandola ad affrontare una volta per tutte le conseguenze del drammatico gesto compiuto in gioventù che ha sconvolto la sua vita. Un’inchiesta, l’ultima, dove ritornano con forza i temi a lei più cari: l’amore per il giornalismo, la lotta in difesa delle donne, la solidarietà verso la parte debole della società."

venerdì 3 aprile 2020

Recensione di "D'amore e ombra" di Isabel Allende, edizione Giangiacomo Feltrinelli Editore

Recensione di "D'amore e ombra" di Isabel Allende, edizione Giangiacomo Feltrinelli Editore
“Tutto ruota intorno a una ragazza, Evangelina, in preda a periodici stati di trance che raccolgono intorno a lei una piccola folla di devoti e di curiosi. Irene e Francisco, intenti a indagare sul misterioso fenomeno, sono testimoni involontari dell'intervento di un gruppo di militari che pretendono di ricondurre alla ragione la famosa ragazzina. Evangelina reagisce alla brutale intrusione ridicolizzando l'ufficiale che comanda i militari, e da questo episodio, apparentemente banale, prende l'avvio un'inquietante vicenda perché Evangelina, di lì a poco sequestrata dalle forze di polizia, viene data per scomparsa.”
Questo romanzo è una fotografia che raffigura un paese allo stremo. Un paese che subisce arresti arbitrari, esecuzioni sommarie e sparizioni. La Allende, attraverso i vari personaggi che via a via si susseguono, racconta alla perfezione il Cile, oppresso dalla dittatura di Pinochet. Delinea il destino di uomini, donne, di un'umanità stravolta dalla miseria e dalla cattiveria. Racconta le ingiustizie sociali, il coraggio, la paura che sono il pane quotidiano di questo popolo. Grida i diritti umani, denuncia i soprusi. Un libro che insegna, che lascia il segno, che dovrebbe essere adottato come libro di testo nelle scuole.

lunedì 30 marzo 2020

Recensione di "Cambiare l'acqua ai fiori" di Valérie Perrin Edizioni E/O

Recensione di "Cambiare l'acqua ai fiori" di Valérie Perrin Edizioni E/O
"Cambiare l’acqua ai fiori" è uno tra i romanzi più belli che io abbia letto in vita mia. E di romanzi ne ho letti tantissimi.
Un romanzo affascinante la cui struttura è stratificata su più piani narrativi. Il passato s'incrocia e si intreccia con il presente. Storie di vita raccontate con sensibilità e trasporto.
“Violette Toussaint è guardiana di un cimitero di una cittadina della Borgogna. Ricorda un po’ Renée, la protagonista dell’Eleganza del riccio, perché come lei nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una storia piena di misteri. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale.
Un giorno un poliziotto arrivato da Marsiglia si presenta con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino nella tomba di uno sconosciuto signore del posto. Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime che parevano nere si rivelano luminose.”
All'inizio di ogni capitolo compare un’epigrafe funeraria: ma bastano davvero poche parole per ricordare un nostro caro defunto?
Violette è un personaggio femminile sensibile, dotato di una grande generosità perché mette da parte il suo dolore per occuparsi del dolore degli altri. Una storia colorata e profumata come i fiori, quei fiori che vengono innaffiati dalle lacrime e accarezzati da mani morbide che sanno prendersi cura di loro.
Siamo davvero quello che abbiamo vissuto o dentro ai nostri armadi c'è molto di più dei vestiti che indossiamo?
La narrazione è così sorprendente che il lettore passa attraverso diverse sensazioni non perdendo mai di vista il fatto che la vita e la morte sono come il presente e il passato, prima o poi s'incontrano e s'intrecciano. E lì tutto finisce. Non siamo nulla se non un ricordo per chi vorrà ricordarci. Non sapremo mai se dolce o amaro.
“I miei vicini non temono niente. Non hanno preoccupazioni, non si innamorano, non si mangiano le unghie, non credono al caso, non fanno promesse né rumore, non hanno l’assistenza sanitaria, non piangono, non cercano le chiavi né gli occhiali né il telecomando né i figli né la felicità. Non leggono, non pagano tasse, non fanno diete, non hanno preferenze, non cambiano idea, non si rifanno il letto, non fumano, non stilano liste, non contano fino a dieci prima di parlare, non si fanno sostituire. Non sono leccaculo né ambiziosi, rancorosi, carini, meschini, generosi, gelosi, trascurati, puliti, sublimi, divertenti, drogati, spilorci, sorridenti, furbi, violenti, innamorati, brontoloni, ipocriti, dolci, duri, molli, cattivi, bugiardi, ladri, giocatori d’azzardo, coraggiosi, fannulloni, credenti, viziosi, ottimisti. I miei vicini sono morti. L’unica differenza che c’è fra loro è il legno della bara: quercia, pino o mogano.”


lunedì 16 marzo 2020

Recensione de "Il mio paese inventato" di Isabel Allende, Giangiacomo Feltrinelli Editore

Recensione de "Il mio paese inventato" di Isabel AllendeGiangiacomo Feltrinelli Editore
Il romanzo non ha una trama ben definita. È un diario, sono pagine di ricordi che la Allende scrive con cura e amore. Sono pagine cariche di nostalgia. La Allende ci racconta gli anni della sua infanzia, del suo amore per il nonno, della sua formazione, educazione, del colpo di Stato, della dittatura, dell'esilio. Racconta dei suoi affetti, di tutti i suoi amori, dei suoi figli.
Narra di un paese “inventato” perché costruito e basato suoi ricordi. È fortemente orgogliosa del suo paese, del suo Cile, della sua gente, torturata e violentata.
“Scrissi per sfogare la mia angoscia... Sono stata forestiera per quasi tutta la vita, condizione che accetto perché non posso fare altrimenti. Diverse volte sono stata costretta a partire, sciogliendo legami e lasciandomi tutto alle spalle, per cominciare da zero in un altro posto; ho vagato per più luoghi di quanti possa ricordare. A forza di dire addio mi si sono seccate le radici e ho dovuto generarne altre che, in mancanza di un terreno in cui fissarsi, mi si sono piantate nella memoria; ma attenzione, la memoria è un labirinto dove i minotauri sono in agguato...”
La sue capacità narrative e descrittive, la dolcezza con cui descrivere emozioni, gioie e dolori, rendono questo romanzo una lezione di vita, un viaggio dal quale si ritorna cambiati, pentiti di aver spesso costruito muri davanti a noi e di aver dimenticato, fino a quasi non saperlo più fare, il più grande gesto d'amore: il perdono.

domenica 1 marzo 2020

Recensione de "La ragazza che sorrideva sempre" di Alessandro Reali, Fratelli Frilli Editori

Recensione de "La ragazza che sorrideva sempre" di Alessandro RealiFratelli Frilli Editori
«… sono state strangolate, spogliate e lasciate lì, con le gambe divaricate. Ma l’autopsia ha dimostrato che non c’è stata violenza carnale...
La ragazza che sorrideva sempre è la nuova avventura di Sambuco e Dell’Oro, impegnati a indagare sulla morte apparentemente senza movente di Federica. Come attori di un dramma, vediamo sfilare una serie di personaggi protagonisti sulla stessa tela, una città della provincia italiana del nord; subdoli, angosciati, falliti, grotteschi e torbidi, tra gelosie e ripicche, odi antichi e nuove rabbie, rivalse e invidie mascherate. Una storia che affonda le radici nel passato: un omicidio avvenuto molti anni prima, un mistero solo in parte risolto.»
Sorprendente questo ultimo lavoro di Alessandro Reali. L'autore non si risparmia, lasciando più volte il lettore disarmato davanti al tanto “male” descritto nei minimi dettagli.
Federica è una ragazza perfetta, figlia di una nota famiglia pavese, gentile, sempre pronta a stare dalla parte del più debole, una ragazza solare che a detta di tutti sorrideva sempre. Eppure viene trovata morta ammazzata. Qualcuno l'ha strangolata e lasciata nuda dalla cinta in giù a gambe aperte. Dall'autopsia, però, emerge un fatto che lascia la polizia perplessa: non è stata violentata. Il padre, amico di Sambuco, lo interpella, pregandolo di indagare sull'omicidio così terribile della figlia.
Ed ecco che subito a Sambuco balza agli occhi un dettaglio: nel 1984, la fidanzata del padre di Federica, era stata uccisa con le stesse identiche modalità.
Sambuco e Dell'Oro si mettono al lavoro partendo proprio dal 1984.
I personaggi che ruotano intorno ai due protagonisti sono tanti e tutti ben caratterizzati. Niente è superfluo, tutto ciò che viene narrato è necessario per arrivare alla conclusione della storia.
Alla base di tutto c' è un orrore che viene da lontano e un orrore, al contrario, del presente che, come una spada di Damocle, pesa su tutti i personaggi.
Un romanzo giallo di notevole spessore, ricco di introspezione psicologica, che fa riflettere mettendo in luce i sentimenti.
Reali supera se stesso mostrando e raccontando che il male esiste, che fa parte di noi.
«Stavo cercando da tempo la futura vittima ideale: io sono un cacciatore ben mimetizzato nel suo abito di studioso tranquillo, ma la ricerca della preda è una fonte perenne di vitalità e piacere, all'oscuro di tutti.»
«Occorre ritrovare la vita, la vita buona o quel che ne rimane. La voragine di cui parli è purtroppo un orrore reale. A un certo punto, quando si soccombe al male ci accorgiamo che l'unica speranza, per quanto fragile, è il recupero, se non proprio di una visione positiva, almeno di un gesto umano verso il mondo e, soprattutto, verso noi stessi. Non abbiamo molto altro per difenderci da questo inferno».
Un giallo dalla G maiuscola!